Euro, voto e a capo

L’elezione del socialista François Hollande all’Eliseo fa bene al morale dei paesi mediterranei e incrina le certezze di Berlino, mentre il voto per il Parlamento greco fa temere per il futuro di Atene e per l’euro tutto. E’ questo il verdetto del fine settimana elettorale europeo, a voler giudicare a ogni costo dal solo andamento dei listini di ieri: dopo uno scivolone iniziale, infatti, Parigi ha chiuso a più 1,65 per cento, trascinando Milano e Madrid a più 2,56 e più 2,72.
7 MAG 12
Ultimo aggiornamento: 13:28 | 23 AGO 20
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L’elezione del socialista François Hollande all’Eliseo fa bene al morale dei paesi mediterranei e incrina le certezze di Berlino, mentre il voto per il Parlamento greco fa temere per il futuro di Atene e per l’euro tutto. E’ questo il verdetto del fine settimana elettorale europeo, a voler giudicare a ogni costo dal solo andamento dei listini di ieri: dopo uno scivolone iniziale, infatti, Parigi ha chiuso a più 1,65 per cento, trascinando Milano e Madrid a più 2,56 e più 2,72, mentre Francoforte è rimasta ferma (più 0,12) e Atene è crollata a meno 6,67 per cento dopo essere arrivata a meno 9. Si torna quindi dove tutto è iniziato, con il primo salvataggio greco del maggio 2010: l’Europa teme che da Atene possano arrivare nuovi colpi di coda per la moneta unica, dopo che ieri il leader del partito conservatore Antonis Samaras ha avviato (e in serata abbandonato) difficili consultazioni per formare un governo di coalizione, visto che né Nuova democrazia né i socialisti hanno ottenuto la maggioranza dei seggi.
A contrastare la spinta al ribasso c’è stata però la prima asta di titoli di stato francesi dopo la vittoria di Hollande: è andata bene, il Tesoro ha raccolto 7,98 miliardi di euro a fronte di un target tra i 6,8 e gli 8 miliardi, con una domanda elevata e tassi di interesse in calo. Sceso anche lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi che, dopo aver superato quota 400, ha chiuso a 380 punti. Non solo: i mercati sembrano rinfrancati dalle indiscrezioni secondo cui governo spagnolo e Banca centrale di Madrid starebbero preparando un piano di intervento a sostegno degli istituti del paese, a partire da Bankia, gruppo nato dall’aggregazione di sette casse di risparmio.
Quanto al medio-lungo periodo, però, gli analisti non smettono di interrogarsi sulla capacità del continente europeo di riprendere un sentiero di crescita. E sulla percorribilità di questo sentiero incombe il ruolo della Germania, paese guida dell’Ue, che finora è riuscita a imporre una ricetta composta soprattutto di risanamento dei conti pubblici. Due sere fa, nel comizio davanti alla Bastiglia, Hollande si è fatto interprete di un’insofferenza crescente nell’Eurozona: “Ci sono popoli che guardano a noi e vogliono finirla con l’austerity”. La cancelliera tedesca, Angela Merkel, lo sa e per questo ieri ha ribadito che il Fiscal compact, con i suoi vincoli per il rientro di deficit e debito pubblico, non si discute ma si ratifica e basta. Per Parigi l’obiettivo minimo è dunque quello di integrare il Fiscal compact. Non a caso il ministro degli Esteri di Berlino, nelle ultime 48 ore, ha aperto a un’intesa ad hoc sulla crescita. Cosa voglia dire lo si potrà capire soprattutto al Consiglio Ue di giugno, al quale guarda con attenzione anche il governo Monti. In un’intervista rilasciata a Slate.fr alla vigilia del voto, e pubblicata ieri, Hollande ha detto: i tedeschi “non possono mettere due catenacci contemporaneamente, uno sugli Eurobond e l’altro sul rifinanziamento diretto del debito da parte della Bce”. Per “Eurobond”, in realtà, Hollande non intende la mutualizzazione del debito tra gli stati dell’euro, ma i “Project bond”, titoli destinati al finanziamento di investimenti comuni.
Su questo fronte, in particolare, oltre che su un’interpretazione meno arcigna del risanamento dei conti, potrebbe saldarsi il fronte pro crescita con l’Italia. Un ruolo chiave lo giocherebbe in questo caso la Banca europea degli investimenti (Bei), guidata da un tedesco “illuminato” come Werner Hoyer. Berlino invece pare irremovibile nella sua contrarietà agli Eurobond (ieri la Bundesbank ha ridetto “nein”), come anche a un ruolo più interventista della Bce.